Papa Martino V

Oggi come nel passato, tante famiglie nobili vantano una discendenza remota, chi da una gens dell’antica Roma, chi da Carlo-Magno o da qualche altro imperatore. Ma si tratta appunto, di vanterie, di invenzioni, o nel caso migliore di supposizioni.
In Italia, solo per poche famiglie tuttora esistenti è possibile ricostruire, con criteri scientifici e generazione dopo generazione, l’albero genealogico circostanziato fino al primo Duecento. Soltanto, poi, per un pugno di casati non si rivela impresa disperata, o puro esercizio di pura fantasia, l’arretrare ancora nel tempo. I Colonna sono tra questi.


La loro stirpe deriva, dal casato dei conti di Tuscolo protagonisti attivi e influenti della vita romana del tardo X secolo e dell’ età della Riforma gregoriana. Alla fine dell’ XI secolo, quando il potere della famiglia inizia ad essere minacciato dalla crescente autonomia del papato, assistiamo a una sorta di manovra di sganciamento.


Un figlio del conte Tolomeo I di Tuscolo, Pietro, comincia a essere chiamato della colonna. Per qualche tempo opera assieme ai parenti, soprattutto nelle loro continue ribellioni al papato. Ma presto lo vediamo seguire una politica diversa,  più prudente, ovviamente causa di contrasti, anche violenti con i suoi consanguinei.
E’ tuttavia una scelta vincente, poiché i Tuscolani imboccano con rapidità la strada della decadenza, mentre i Colonna proseguiranno di fortuna in fortuna.
    
All’inizio, è vero, necessità  e prudenza consi­gliano loro di appartarsi dal gioco politico ro­mano, dedicandosi a consolidare e ad accre­scere i loro possedimenti nel Lazio meridiona­le: la città di Palestrina e i castelli di Genazzano, Paliano, Zagarolo, Trevi e Colonna. E da quest’ultimo, un piccolo villaggio fortificato, che il ramo dissidente dei conti di Tuscolo prende il suo nome: con buona pace dei successivi Colonna, che vanteran­no, già nel Medioevo, di trarre il proprio cognome dalla Colonna Traiana o, addirittura, da origini ancora più illustri cioè dalla colonna sulla quale Cristo venne flagellato, colonna che nel 1222 un cardinale di Famiglia si preoccupa di importare dalla Terrasanta e di far sistemare, con grande cerimoniale nella chiesa romana di San Marcello.   I Colonna, a questo punto, sono divenuti una delle famiglie più importanti della grande nobiltà romana, dei cosidetti baroni. Si tratta di poche stirpi celebri, che posseggono numerosi castelli nelle campagne circostanti la città, che dominano la vita politica comunale e che soprattutto, sono strettamente legate alla Curia pontificia. Alla chiesa forniscono condottieri, alti funzionari e, soprattutto prelati di ogni tipo; dalla chiesa ricevono appoggi di ogni genere ricchezze immense. Alcune di queste famiglie riescono già nel Duecento ad inviare un proprio membro sulla cattedra pontificia, insieme agli Orsini e Annibaldi, i Colonna sono la più influente Famiglia romana.

Nella Roma dell’età avignonese,  i palazzi dei cardinali colonnesi rappresentano un punto di riferimento essenziale per i maneggi di ogni tipo, ed anche per gli ntellettuali in cerca di protettori.

 Nel secolo successivo, i Colonna mantengono questa posizione di preminenza, e un loro cardinale Oddone nato a Genazzano nel 1368, sale al soglio papale col nome di Martino V: un papa energico, deciso, che riconquista alla Chiesa lo Stato Pontificio, andato perduto durante i decenni del Grande Scisma, e che fornisce alla famiglia ulteriore potere e ricchezze. Non meraviglia, quindi, che ancora per secoli i Colonna continuano a occupare una posizione di primissimo piano fra i ranghi della nobiltà italiana.

Martino fece di tutto per conquistare la stima e la gratitudine dei concitta­dini: e ci riuscì. Era un uomo dotato di buonsenso e lo mise a frutto rimetten­do ordine nell’amministrazione capi­tolina, che era precipitata a livelli disa­strosi.
La sua elezione mise fine allo Scisma, riempì di giubilo tutta la Cristianità, e più degli altri i genazzanesi, sì , perché egli era della famiglia colonnese, e nella terra di Genazzano era nato e fu battezzato nella chiesa di San Nicola.
A Martino V,  toccò un singolare destino.
Un vecchio modo di dire romano recita: “Morto un papa, se ne fa un altro”. Il predecessore di Martino non era morto, e , soprattutto, non era uno. Erano tre. Nel tentativo di comporre lo Scisma d’Occidente, nove anni prima s’era riunito a Pisa un Sinodo che aveva deposto il papa di Roma e quello di Avignone, eleggendone un ter­zo (Alessandro V, morto poco do­po in circostanze sospette e sosti­tuito da Giovanni XXIII. Era finita che ciascuno dei tre era rimasto al suo posto. La Chiesa aveva vissuto la fase più nera della sua storia
Concepì tale amore per Genazzano che fin dai primi mesi del suo Pontificato incominciò a spargere sopra di essa le sue beneficenze: concesse privilegi all’orto natìo e rendite alle sue antichissime chiese, arricchì di molte reliquie e indulgenze la chiesa di S. Nicola che elevò a Collegiata, iniziò l’edificazione del borghetto di S. Giovanni, abbattè parte del vecchio Castello, e edificò l’attuale mole castellana, opera veramente gigantesca, che per piu secoli è stata ammirata da quanti l’hanno visitata…….. “simile ad una piccola città, tanto per le belle case, quanto per la frequenza del popolo, per l’abbon­danza delle ricchezze, e per l’amenità della contrada spesso abitata da lui stesso e da molti Cardinali e da altri principali della corte di Roma-( Flavio Biondo-)”.
Spesso sopravvenendo l’estate, Martino V veniva a visitare Genazzano e nel giorno 1 di Agosto del 1426 si presentò un Ambasciatore del Conte D’Armagnac, che abiurò ai suoi piedi, solennemente, lo Scisma, in cui quel Principe si era miseramente impegnato.
Scrive Gregorovius: “Martino V tro­vò Roma in pace, ma a tal punto mar­toriata dalla peste, dalla guerra, dalla fame, che a malapena mostrava ancora un volto di città. I monumenti antichi, le case, le chiese cadevano a pezzi. Le strade, invase dalle macerie e dalle pa­ludi, erano quasi impraticabili.
 Gli abi­tanti apparvero agli occhi del papa, af­franto, non come i nobili cittadini della capitale del mondo, ma come una masnada di degenerati. Roma pullula­va di ladri e di rapinatori. Martino V fece in­gresso a Roma soltanto tre anni dopo la sua elezione nel settembre del 1420. Uno dei suoi primi provved­imenti fu di assoldare un capitano di ventura con settanta uomini per vigi­lare sul Vaticano. Secondo molti stori­ci questa è l’origine della Guardia Svizzera
Il primo problema, dunque, era l’or­dine pubblico. Ma non era l’unico. Con calma e con metodo il papa af­frontò anche gli altri per ridare un po’di smalto e di fiducia alla città, sapeva che un giubileo sarebbe stato utile.
Riesumò la disposizione di Urbano VI (che aveva fissato in trentatré anni l’in­tervallo fra una celebrazione e l’altra), si comporto come se nel 1400 non ci fosse stato un giubileo, e contando 33 dal 1390, indisse un nuovo Giubileo per il 1423.
Martino ebbe un’altra idea vincente: istituì “L’ingresso giubilare”, consacrato nella basilica di San Gio­vanni. Nel 1500 Alessandro VI Borgia  avrebbe aperto e consacrato le quattro Porte Sante. Nel Vangelo di San Gio­vanni è scritto:  “Io sono la porta. Se uno entra per me, sarà salvo : entrerà e uscirà e troverà pascolo”.
Il papa organizzò il Giubileo soprat­tutto per conquistarsi il cuore dei ro­mani. Durante quell’anno 1423 fu per­sonalmente distratto da altri impegni altrettanto, se non più, importanti.
Inaugurò un Concilio a Pavia (che avrebbe dovuto avviare la riforma del­la Chiesa decisa a Costanza) e si de­dicò a bonificare le terre pontificie da­gli eserciti che le infestavano, metten­do a rischio la stessa autorità papale. Il nemico pub­blico aveva un nome e cognome: era il capitano di ventura Braccio da Monto­ne che da anni sì contrapponeva al po­tere centrale pretendendo gabelle dai signorotti dei vari comuni della Tosca­na, dell’Umbria, del Lazio e dell’A­bruzzo. Martino — dimostrando in questo di essere un degno erede dei Colonna, che fino a pochi anni prima avevano spadroneggiato a Roma e nei dintorni — chiamò a raccolta i fratelli (Prospero, che aveva già nominato cardinale, Giordano e Ludovico), i pa­renti e gli scagnozzi della famiglia, per liquidare il nemico.
Nel 1424 Braccio da Montone fu sconfitto e ucciso davanti alle mura dell’Aquila. Il potere temporale era salvo. E anche quello spirituale usciva rafforzato dall’opera di un pontefice che aveva messo in luce la dote di cui maggiormente c’era bisogno in quei tempi difficili: il temperamento.
 Il 20 febbraio 1431 il grande Papa Genazzanese muore, lasciando un buon ricordo di sé, testimoniato dall’epigrafe scolpi­ta sulla sua tomba (in San Giovanni in Laterano): “Temporum suorum felicitas”. La traduzione è superflua.
        
 Di rosso alla colonna d’argento, base e capitello d’oro, sormontata da una corona dello stesso».  Nella comune simbologia araldica la colonna ricorda, tra le virtù, la costanza, la rettitudine e la fortezza; oppure induce a meditare – e questo è l’aspetto «anagogico” dei simboli - sulla Flagellazione e sulla Passione di Cristo, dando anche un alto senso morale e religioso al complesso fenomeno araldico; nel caso dei Colonna, però, o altri, che avrebbero potuto presiedere alla scelta di tale arme non sono applicabili in quanto si tratta di “arme parlante” o, come dicevano un tempo gli araldisti, “agalmonica”: uno stemma, cioe, in cui sussiste una palese correlazione tra il nome del proprietario e l’oggetto rappresentato nel suo scudo.La ricca, nobile e potente famiglia romana dei Colonna,  che vanta anche un papa, Martino V, dimostra quanto sia errata la diffusa opinione che le armi parlanti siano meno “nobili” di altre.                           
 

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