Accadde' nel 1503

Nel 1500 l'Europa era ricca di personaggi che avrebbero arricchito e cambiato la nostra Storia: Cristoforo Colombo, Martin Lutero, Niccolò Macchiavelli, Nicola Copernico, Erasmo da Rotterdam, Michelangelo, AlessandroVI, Cesare Borgia, Lorenzo il Magnifico, Francesco Guicciardini.

L'Italia non era uno Stato ma una serie di regni e di statarelli, che spesso si facevano guerra tra loro. Lew Signorie più potenti erano quelle di Venezia, di Milanocon Ludovico il Moro, Firenze con Lorenzo il Magnifico e i suoi eredi. Nel Sud regnavano gli Aragonesi e nel Centro, a Roma governavano i Papi. Le porte d'Italia sono spalancate agli stranieri; e la penisola, nel Mediterraneo, diviene campo di battaglia, e quindi terra di conquista. Francesi e Spagnoli, e tra un po' Tedeschi e Svizzeri, cercano tra le Alpi e la Calabria nuovi domini, prestigio, potenza, ricchezza. Francia e Spagna si scontrano nel Sud, contendendosi il reame di Napoli; gli italiani servono questa e quella bandiera, come mercenari. E anche con il loro aiuto che il « barbaro dominio» mette radici così robuste.

Consalvo de Cordova, ai cui ordini sono le agguerrite bande italiane di Fabrizio e Prospero Colonna, guida nel 1502 gli spagnoli contro le più numerose soldatesche francesi del Duca di Nemours: posta in gioco, la Lucania e la Capitanata, terra di  Puglia, povera di messi, ma ricca di greggi e preziosa per la sua “dogana delle pecore “ E' una guerra di scorrerie, imboscate, colpi di mano. Nel gennaio 1503, un attacco francese a una carovana che trasporta denaro a Barletta fallisce miseramente. Presi di fianco dagli uomini dei Colonna e dalle truppe di Diego di Mendoza, luogotenente di Consalvo, i francesi sono costretti alla fuga. Lasciano sul  campo morti, feriti, prigionieri.

Rispettoso delle buone tradizioni cavalleresche, il Mendoza convitò i suoi prigionieri; e parlando, mentre si beveva, dei casi della guerra, rilevò la parte decisiva che, nell'ultimo combattimento, avevano avuto gli italiani i quali “ spingendo innanzi i cavalli, avevano combattuto più valorosamente di tutti “.  Non voglia Dio, o Mendoza,   esclamò allora, balzando in piedi, il cavaliere Charles de Torgues, detto La Motte, “ che noi francesi possiamo con pacifiche orecchie sopportare che gli italiani ci siano posti innanzi nel valore di guerra ! Noi confessiamo che gli spagnoli ci sono pari: ma gli italiani, che sempre ignorantemente e poco fedelmente maneggiano le armi, non possono in alcun modo paragonarsi ai francesi! “.

Era offesa, e offesa grave, tanto più che nessun italiano era presente. Lo spagnolo Ignigo Lopez d' Ayala intervenne discretamente, allora, dando di gomito al La Motte, scherzando un po' sul vino bevuto, e consigliandolo di tacere, se non voleva creare un incidente, o ricevere forse una sfida: “ Sfidino pure quando vogliono “ replicò il francese, secondo quanto scrive Paolo Giovio “ che non altro desidero se non di far vedere con l'arme in mano la verità di quel che dico. E come non dico ciò, “soggiunse,   perche sono ubriaco.”
Riferite subito dal D' Ayala, queste parole provocarono stupore e rabbia fra gli uomini d'arme italiani; in una tumultuosa riunione, qualcuno propose un'immediata scorreria contro il campo francese; ma Prospero Colonna impose la calma, e volle procedere secondo le buone regole.

Brancaleone e Capoccio furono inviati a chiedere chiarimenti al La Motte, per sentire se intendesse confermare ciò che aveva detto. La Motte confermò tutto. I due italiani gettarono allora il guanto di sfida, accusandolo di “ mentire pazzamente “ e dichiarandosi pronti a sfidare in battaglia quanti francesi accettassero: tanti contro tanti.
Riscattato e tornato al suo quartiere, La Motte informò di ciò che era accaduto i suoi comandanti, duca di Nemours e marchese de La Palice; tacque però delle sue tracotanti parole, e riferì invece che “ gli italiani s'erano vantati d'essere superiori ai francesi nelle armi “.

Non occorreva di più. La sfida fu accolta. E accolta, a quanto pare di capire dalle varie cronache, con generale approvazione.
Già il 20 settembre 1502 s'era combattuta ( concludendosì senza vincitori ne vinti) la « disfida di Trani », tra spagnoli e francesi. Erano, queste,per gli uomini d'arme, occasioni davvero da non perdere; era, la sfida, un modo splendido per ridare smalto agli scudi, e per avere conferma d'un modo di essere e di combattere che l'artiglieria e gli archibugi rendevano sempre meno sicuro e probabile.
Gli italiani proposero uno scontro di dieci contro dieci ; i francesi scelsero invece di combattere in tredici, al solo scopo, sembra, di farsi beffe della già tradizionale superstizione italiana. Come che sia, la cosa andò avanti secondo le regole; si patteggiò una tregua, si elessero i giudici (quattro francesi, due italiani, due spagnoli), Lo scontro, “ a battaglia finita”, cioè all'ultimo sangue, si sarebbe combattuto il 13 Febbraio in campo neutro.

Fu scelta, come già il 20 settembre 1502, una landa in territorio di Trani che, dal 1496, era possedimento veneziano, Ciascun combattente avrebbe recato con se, per il proprio riscatto, 100 scudi d'oro che, se sconfitto, avrebbe perduto insieme con cavallo e armatura: “  E questa sia la cosa “ aveva detto chiaro La Motte « che chi perde se ne vada alla leggera “.
Si scelsero i campioni; e furono scelti, naturalmente, tra i migliori cavalieri dei due eserciti; I Colonna dovettero tuttavia preoccuparsi di formare una schiera il più possibile rappresentativa dell'Italia intera, “ cosicché senza che alcuno si potesse dolere, dappertutto si spargesse l'onore della sperata vittoria “. Certo non dovette essere facile preparare l'elenco degli italiani; il compilarlo oggi, a  500 anni di distanza, pare ancora più difficile. Ogni elenco proposto ha invariabilmente provocato una serie di rettifiche, precisazioni, messe a punto, interventi. Quella della Disfida è una pagina di storia italiana che, ogni qual volta viene riletta, suscita una attenzione appassionata e spesso addirittura bellicosa. Sulla fine del secolo scorso, aspra quanto dotta, si sviluppò la polemica tra i vari centri che, a colpi di documento o anche solo di indizio, si contendevano la gloria d'essere la patria di questo o di quel campione.

Il romanzo di Massimo D' Azeglio Ettore Fieramosca,  la disfida di Barletta è ancor oggi ristampato; e vale certo la pena di ricordare come, nel novembre 1931, alla notizia che il progettato, grandioso monumento alla Disfida (monumento che, poi, non si fece) sarebbe stato sistemato a Bari, la città di Barletta insorse. Vi furono cinque morti e ottantaquattro feriti, e un reggimento di soldati venne inviato in fretta a presidiare la città che si credeva insorta per motivi politici o sociali.

Azzarderemo qui un elenco dei campioni, sulla base delle ricerche più recenti.

Prospero Colonna scelse: tra i primi il nostro Giovanni Bracalone de Carlonibus da Genazzano; due  romani, Giovanni Ettore Giovenale detto il Peraccio e Giovanni Capoccio. Due siciliani: Gulielmo Albamonte, forse di Ficarra o  forse di Motta  d' Affermo, Messina; e Francesco Salomone,  di Sutera, Caltanissetta. La Campania era rappresentata da Ettore Fermosca (il cognome venne poi trasformato in Fieramosca) da Capua; Marco Corelario, detto Corolario, da Napoli, e da Mariano Abignente da Sarno e da Ludovico Abenavolo, da Capua o Teano. Dal Settentrione vennero Domenico Morenghi, detto Riccio da Parma; Romanello Forlì, e Tito, o Bartolomeo, da Lodi, detto “ con superbo nome, perché sprezzava ogni pericolo di vita in battaglia, il Fanfulla “, cioè il gradasso.

Qualche dubbio, nonostante le diligenti e spesso appassionate ricerche permane ancora sulla patria del tredicesimo Italiano, Miale, o Miele, che la Puglia, non senza buoni argomenti, rivendica come suo figlio, identificandolo in Miale Pazzis da Troia, ma che qualcuno chiama Miale Tisi da Paliano.

I campioni francesi vennero scelti tra le soldatesche del La Palice. Eccone i nomi: Pierre Chals (per altri, Pierre Liaye) ; Sacet de jacet ; Francois de Pisses; Naute de la Fraise, tutti savoiardi; Eliot de Beraut, guascone; Marc de Frigues (o de Fresne), borgognone; Martellin de Lambris ; Giraut de Forses ; Jacques de la Fontaine ; Jean de Landes ;  jacques de Guignes ; Charles de Torgues de La Motte. Tredicesimo della schiera quello che venne considerato “ traditore rinnegato “ e sul quale gli italiani s'avventarono con maggiore durezza, e che fu l'unica vittima della disfida. Morente ce lo raffigura il D'Azeglio: “ curvo sul collo del destriere, l'elmo e il cranio aperti per traverso, perdeva a  catinelle il sangue, che scorreva dai buchi della visiera sull'arme e per le gambe del cavallo.” In realtà non sul campo, ma in un quartiere di Barletta, morì quell'uomo d'arme che i francesi chiamavano Gran Jean D'Ast, o Claude Graian Daste, che però è meglio noto agli italiani come Graiano d'Asti.

 

Nonostante i dubbi di qualche storico, la sua origine italiana. sembra sicura; e italiano, e dunque rinnegato, egli fu certo considerato nei giorni della disfida. Il Galateo “un medico della Corte spagnola, che scrisse sul combattimento a due settimane soltanto di distanza, dopo avere interrogato dei testimoni oculari “ scrive che “ costui era nato in Italia, nella Gallia Cisalpina, ed era cresciuto nella Transalpina” cioè in Francia; “ nondimeno “ aggiunge “ morì gloriosamente, da buon italiano “.

E' necessario, però, rammentare come Asti fosse, nel 1503, già da circa un secolo e mezzo una città, di fatto, francese; e come fosse, anzi, il quartiere generale francese in Italia.
Prospero Colonna s'occupò personalmente dell'armamento dei suoi, e li dotò, come diligentemente annota il Giovio, di “ forti lance, e quasi d'un braccio (cm. 65 circa) più lunghe di quelle francesi; e di due stecchi, uno con la punta soda, il quale era attaccato all'arcione dalla parte sinistra, e l'altro cinto al fianco, più corto e più largo, per ferire di taglio e di punta. Dalla parte destra vi aggiunse ancora, in cambio della mazza di ferro, una scure contadina di gran peso e forte, con un manico di mezzo braccio, appiccata dinanzi all'arcione con una catenuccia di ferro “. Non solo. Ma ordinò che venissero piantati sul terreno del combattimento due spiedi, in modo che chi fosse scavalcato, o rimasto senz'armi, potesse con quelli continuare a battersi. I campioni subirono, in maniera massiccia e a tutti i livelli, quella che chiameremmo oggi “ preparazione psicologica “. II Colonna ammonì, per dirla con le parole del Galateo “ che essi avrebbero combattuto non per oro od argento, cose vili e spregevoli per uomini forti: ma per l'amore e la gloria della patria; che la loro impresa non sarebbe restata nell'oscurità, ma avrebbe presso tutti i popoli, importanza maggiore di quella che si potesse immaginare “. Il Cordova arrivò a dire che il futuro d'Italia dipendeva dall'esito della sfida: se sconfitti, gli italiani avrebbero dovuto accettare d'avere una patria in  “ ignominiosa e perpetua servitù “.

Da parte loro, i francesi erano assolutamente sicuri di vincere; tanto che avevano deciso di non portarsi appresso i 100 ducati prescritti per il riscatto. Tale spavalda decisione fu mantenuta anche quando il La Motte, poco prima dello scontro, confessò che le parole d'offesa non erano state pronunciate dagli italiani, bensì da lui stesso. Il sapersi dalla parte del torto, insomma, non turbò affatto i cavalieri di Francia. Ma il loro cronista, il vescovo d' Autun, il cui spirito aveva radici ben profonde in quel Medioevo che la disfida veniva a rinverdire, commenta accorato : “ ...così quei tredici imprudenti vollero sostenere una falsa causa; e ciò fu per essi motivo di sventura, come invece fu di buona fortuna per i loro avversari...”
Tra Andria e Corato, vi è il campo della Disfida, dove sorge un monumento (innalzato nel 1583) con una epigrafe latina,questo nel 1503, era una landa spoglia e aperta al vento nella quale, per l'occasione, un aratro aveva tracciato i limiti del campo di lotta: ogni lato era lungo l'ottava parte d'un miglio (all'incirca 200 metri: una superficie quasi doppia di quella d'un attuale campo di calcio).

Gli spettatori, che dovettero essere pochi, e quasi tutti contadini della zona, s'aggruppavano al di là del solco, forse rilevato da sassi. E incerto se, almeno su due lati, si fosse innalzata una staccionata.
I campioni italiani trascorsero la notte della vigilia in Andria, in attesa del salvacondotto da parte francese, che tardò e che il Fieramosca sollecitò energicamente. All'alba, si celebrò una messa nella cattedrale: una oleografia ottocentesca mostra i cavalieri che, inginocchiati, tendono le spade verso il Vangelo, tenuto da Fieramosca (nominato loro comandante), per giurare di obbedire agli ordini, di soccorrersi l'un l'altro, di vincere o morire. “ Presero poi alcun conforto di cibo nelle  case del signor Prospero.  Erano tutti allegri e animosi.  Si mossero infine, in solenne corteo, verso il campo.
I francesi erano già sul posto e, a differenza degli italiani, vestivano tutti alla stessa maniera, cioè con sopravvesti cremisi e broccato d'oro. Dopo la consueta preghiera, gli abbracci, i discorsi dei comandanti, le schiere contrapposte entrarono nella lizza e si scambiarono il saluto. Le trombe dettero tre squilli, e cominciò la lotta.
Era il tardo mattino, tra le 11,30 e le 12, “quel giorno s'era mosso un vento  furiosissimo e, come avviene nei campi di Puglia, levava nuvole di polvere. I nostri “ rammenta il Galateo “ avevano sul viso il vento, il sole e la polvere.”

Sul combattimento le notizie non mancano, ma sono piuttosto vaghe, e talvolta addirittura contraddittorie. Certo, esso fu accanito e ad alto livello tecnico: i ventisei uomini in campo, tutti saldi professionisti della guerra, erano il meglio dell'esercito francese e delle bande dei Colonna.
Il primo scontro dovette essere, come ovvio, brutale e violento: si tenga presente che cavaliere e cavallo corazzati pesavano circa 600 chili. Nessuno fu disarcionato e le lance, usate con qualche difficoltà a motivo del vento, volarono in mille pezzi. Si passò all'ora alle armi corte “ e gli italiani “ annota Paolo Giovio (che scrisse a più di vent'anni dagli eventi, ma che poté attingere notizie dai Colonna e dal La Motte) “ meravigliosamente si portarono con le loro scuri, colpendo con grave colpo la visiere e gli spallacci, e strappando ancora le spade dalle mani dei nemici “. Il primo ad essere sbalzato di sella, dopo circa un quarto d'ora, fu Graiano d'Asti, che continuò a battersi a piedi. Caddero dopo di lui Martetellin de lambris e Francois de Pisses, che si arresero; Brancaleone e Fanfulla, per quanto disarcionati, seguitarono a combattere.  Alcuni campioni, come, tra gli italiani, Albamonte e  Abenavolo, trasportati dal loro impeto e sospinti dagli avversari finirono fuori dal campo e vennero quindi squalificati.
Si combatteva da diverso  tempo quando, per dirla con le parole del Perini, “ ……..La palma della vittoria fu per più tempo contesa: ma con animo grande il Bracalone, e, dopo di lui il Fanfulla, rimasti appiedato di mano subito agli spiedi, valorosamente forando cavalli e cavalieri nemici fecero inclinar a favore degli Italiani la vittoria, che infine si dichiarò piena e completa per loro…..”.
La lotta continuò con accanimento maggiore; il Cantalicio, altro cronista che poté avere notizie di prima mano, scrive che i combattenti “ fecero un fracasso così grande e così terribile che pareva che il cielo e la terra avessero ad inabissarsi; e tutto il suolo era sparso di piastre di ferro e di tronconi di lance e di spade rotte in più pezzi, ed era tutto molle di sangue, e molti cavalli erano caduti in maniera che non potevano più sollevarsi; e durò quella battaglia per lo spazio di molte ore, ne  poteva discernersi chi avesse la meglio “. Ma i francesi a uno a uno dovettero arrendersi: il La Motte fu sospinto fuori dal campo dal  Fieramosca.  Rimase uno solo di essi,  Graiano d'Asti, che continuò in una ostinata e inutile resistenza, nonostante le ferite procurategli da Brancaleone, fino a quando non fu indotto dai giudici a cedere le armi.

La vittoria era degli italiani, e i tredici s'abbracciarono esultanti.

Quando, nel 1903, si celebrò il 400° anniversario della Disfida, un giornale francese, a rintuzzare il vero o presunto sciovinismo di cui per l'occasione gli italiani davano prova, scrisse che i tredici campioni italiani erano “ bruti dal cervello di gorilla “ e che avevano vinto solamente perche “ due o tre calabresi avevano sbudellato i cavalli dei cavalieri di Francia “.
Ma, fuori dalla polemica, è chiaro che il giudizio sull'azione degli italiani non spetta ai posteri, ma toccò ai contemporanei. I quali vivendo nel 1503, e sapendo bene cosa fosse la guerra, il modo cavalleresco di condurla, e uno scontro all'ultimo sangue si guardarono bene dal considerare sleale l'azione degli italiani. Comunque non si ha notizia di proteste da parte dei giudici o dei campioni francesi; e anzi il già ricordato vescovo d' Autun scrisse che “ quei tredici imprudenti furono vinti da armi leali “.
I francesi sconfitti, non essendo in grado di pagare immediatamente il loro riscatto, vennero condotti prigionieri a Barletta. Tre di essi erano feriti piuttosto gravemente; e uno appunto Graiano d'Asti -morì, a quanto pare certo, qualche ora o qualche giorno dopo.

Il corteo, atteso lungo la strada da alcuni ufficiali italiani e spagnoli, giunse a Barletta a buio fondo. La città dormiva, le vie erano deserte. Ma tosto presero a suonare le campane e a tuonare i cannoni, le porte s'aprirono, la gente si riversò fuori. Consalvo esultante accorse a incontrare i vincitori: “Ettore, disse al Fieramosca “voi oggi avete vinti e i francesi e gli spagnoli! ,e, per li tanti suoni e rombo d'artiglieria, e per li gridi “Italia! Italia! “e “ Spagna! Spagna! “ pareva che quella terra volesse rovinarsi “.
Raggiunta, attraverso le vie gremite di folla, la Cattedrale, i campioni italiani ricevettero l'omaggio del clero, che recava in solenne processione l'effigie della Madonna; poi presenziarono a una funzione di ringraziamento, e infine, ciascuno andò a disarmarsi, glorioso di tanto onore. Fu Consalvo stesso che, nei giorni seguenti, pagò il riscatto dei cavalieri francesi i quali, da parte loro, riconobbero che “ in quella lotta nessun'altra gente avrebbe potuto resistere agli italiani,  “ l'onta era dunque lavata”, e i tredici italiani avevano vinto.



 

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